giovedì 26 marzo 2015

Da Bengodi a Itaca: la vita d'EXPAT in 4 tragicomiche fasi


La vita di un EXPAT? Come la vita vera - in 4 fasi & 4 stagioni: infanzia, adolescenza, età adulta e… vecchiaia. Idealisti e cuori deboli astenersi!


La fase 1: l’infanzia (da 0 a 4 anni) 
 - Alice in wonderland -
 
Arrivate GBB (Giovani Belli e Beati) nel nuovo Paese che, a prescindere dall'emisfero, il PIL o la fascia climatica, vi sembrerà comunque, sempre e nonostante tutto il Paese di Bengodi
E certo, è dallo svezzamento in poi che non fanno che ripetervelo: l'Italia è il fanalino di coda in tutte le classifiche (non resiste più neanche il mito del latin lover, sob) e gli italiani non possono che trovarsi bene ovunque. Non fa una piega! Si parte psicologicamente complessati e allo stesso tempo infinitamente avvantaggiati: ogni scoperta è eccitante - nuova cultura, nuova lingua, nuove infrastrutture, nuovi volti, nuovi sapori. Nuova efficienza! E, dulcis in fundo, nuove possibilità.
:-D

Ahh. Siete nella fase di armonia cosmico-idilliaco-paradisiaca. Soprattutto se a codesto scenario si aggiunge un nuovo lavoro – naturalmente corredato da un contratto a tempo indeterminato, voce che credevate sparita dal lessico dei desideri più reconditi dell’italiano medio e invece… perché, manco a dirlo, siete laureati plurimasterizzati talentuosi, italicissimi cervelli. Insomma: dopo anni di stage, co.co.co., qui.pro.quo e altre definizioni rococò avete quel che vi spetta. E – clima permettendo - toccate il cielo con un dito.
Certo, è l’infanzia della vostra expat life e ve la dovete godere. Appieno!

Il mondo è pieno di possibilità, a portata di mano. Il globo terrestre è lì, nelle palle dei vostri occhi (ops: iridi – ma iniziate già ad avere i primi vuoti di memoria linguistica): una volta azzurra punteggiata di felici, sorridenti stelline dorate. Una gratitudine inconscia verso il Paese che vi ospita vi spinge a fare a meno di tanti aspetti della vostra identità tricolore. Imparate a snobbare il caffè espresso (roba da provincialotti), il parmigiano non vi fa più effetto (vuoi mettere l’Emmental grattugiato?) e leggete solo ed esclusivamente stampa estera (meglio per il sistema nervoso). 


L’Italia? Non ci pensate più. Ma proprio più più più - e scuotete la testa forte forte nel pensarlo, perché vi è rimasta l’imbarazzante, italica mania di muovere il corpo e gesticolare, mon Dieu.
Mmm. Potete tirare un sospiro di sollievo (o di noia?). Vi siete ambientati, la lingua del posto è ormai entrata definitivamente nei vostri neuroni, avete un discreto giro di amicizie (o conoscenze? Qui casca l’asino, avrebbe detto zia Cosima), insomma tutto fila liscio come l’olio d’oliva – ahia: ecco una lieve nostalgia papillo-gustativa.
Ma… vi manca qualcosa. Ma cosa? Eccola. Puntuale come la primavera incombe la…


Fase 2: l’adolescenza (dopo 4 - 7 anni di espatrio)
- Credevo fosse amore, invece era un calesse -
Una vocina dispettosa inizia a farsi sentire. Vocina flebile e indistinta - quasi un remoto miagolio. Mmmiau. Come un suono dell’anima che fa fatica a emergere nelle dense e stratificate acque del vostro (ormai esterofilizzato) cervello d’expat. La vocina non vi molla, sussurra qualcosa di indecifrabile – ohibò – come se volesse... allertarvi. Ma di che? State così bene… finché, a un certo punto, la vocina si mette a parlare in dialetto. Cosa? Il vostro dialetto? Ma se tra poco vi stavate dimenticando l’italiano! Vi verrebbe voglia di ridacchiare – what’s forfora? – in realtà la cosa inizia a irritarvi. 

q8qvbajgaurya: il messaggio non riuscite proprio a decifrarlo. Il corpo, più attento, inizia a lanciarvi una raffica di insopportabili disturbi psicosomatici – acne rosacea, psoriasi al gomito sinistro, bolle fucsia sulla punta del naso, diarree improvvise in sede meeting.

Come se non bastasse, iniziano a capitarvi delle cose strane. Molto strane. Inanellate esperienze negative nella vita socio-professionale. 
  • La vostra migliore amica (o conoscente? avrebbe chiesto la nonna strizzando gli occhi birbanti) vi volta improvvisamente le spalle – non capirete mai il perché. Perché? Perché non c’è un perchè. Eh.
  • una collega vi spiffera il suo stipendio – infinitamente più alto del vostro, eppure vale meno di voi che vi siete fatte un mazzo tanto… 
  • non solo: quella che credevate essere un’amica, quella  che vi aveva insegnato a mangiare le cinque specialità del posto e le espressioni idiomatiche più fighe.. ebbene sì: anche quella si smaterializza da un giorno all’altro come il capitano Kirk di Star Trek
  • magari anche il boyfriend vi molla :-(
 

Avvertite una nuova, sconosciuta sensazione di deserto (interiore? Non esageriamo! Più che altro, aria di fregaturina, avrebbe detto la nonna). Solo spinosi cactus all’orizzonte – ma come? Non era il paese di Bengodi! Accipicchia. Avete sete. Ma nel deserto non c’è acqua (al limite un bicchierino di rosé). 

Sete di relazioni autentiche. Glugluglu.

Voglia di Italia? Giammai! - vi dite per autoconvincervi che siete ormai superiori a certe cose. Intanto, vi grattate il gomito destro – la psoriasi è a favore della par condicio e si è misteriosamente estesa nell’altra parte del corpo.


Venite travolti da un ciclone di sentimenti contrasto-confuso-nostalgizzanti. Realizzate un mucchio di cose. Un mucchio, che arrivano dritte come un pugno sul vostro bel faccino acqua e sapone (come l’ex-amica che non si trucca mai per somigliare a sua figlia di sette anni e mezzo). Vi rendete mostruosamente conto che siete cambiate. 
Come? E quando realizzate ciò? Ovvio, durante uno dei rari soggiorni in Italia. Poggiate il vostro piedino su suolo natio e fate cose che non capite. Ma le fate. Tipo: evitare gli amici – oh suvvia sicuramente avranno di meglio da fare – salutare a mezza bocca i vicini, e aspettare con ansia il momento della partenza. E magari cambiare strada se incrociate la maestra d'asilo che vi ha riconosciuto. Atteggiamenti déjà vus. Eh oui/oh yeah/Jawhohl. Vi accorgete che non sapete più cazzeggiare. Non solo: il vostro naso non sopporta più l’odore di caffè né di sughi succulenti con salsiccina galleggiante. 


Ma non sapete ancora che il peggio "ha da venire". State infatti per entrare nella ...



Fase 3 – l’età adulta (7-10 anni)
- Nostalgia canaglia -

Qui vi voglio.

Vi rendete conto tramite una pseudo-soffiata del collega nonché ex-amico (eh sì all’inizio era così carino e disponibile e ora capite perché, tontolone!) che siete non solo sottopagate da sempre, ma che addirittura il vostro stipendio è al limite della decenza per il Paese in cui vivete. Orrore. E rivelazione: ecco, prima essere sottopagate vi andava bene perché eravate "l'italiana modesta e fortunata perché expat", ora siete come loro e volete guadagnare quanto loro. E che cavolo.

A quel punto, schiacciate da frustrazione expatologica, dopo che la vostra amica si è trasferita due isolati più in là e sembra aver perso la memoria oltre all’agenda telefonica, vi viene una voglia matta di 3 cose inconfessabili. 
3 cose assurdamente proibite a una successful expat:

1  parlare di cazzate con la amiche di vecchia data - rigorosamente italiane, of course
2 fare passeggiate senza meta come a 20 anni
3 bere uno stramaledetto cappuccino con schiuma sporcanaso
4 ingozzarvi di fettuccine alla boscaiola - ma come... non eravate diventate vegane?

La voglia numero 5 la trovate vergognosa e perciò la scriviamo piccola piccola:  

avete voglia di mollare tutto e scappare nel vostro Paese. Mollare proprio tutto, della serie che poi la vostra foto comparirà su Chi l’ha visto e vostra madre morirà semplicemente di crepacuore. 


Improvvisamente capite cosa vi voleva dire quella vocina sussurrante della fase 2. Quella che parlava in dialetto. Vi diceva “Non fare lo struzzo. Sei italiana, cazpita”. 

Ormai è TUTTO trendamente chiaro. 


E continuano a succedere cose strane. Del tipo: 
  1. ascoltate una canzone melensa alla radio e vi dovete fermare improvvisamente sull’area di sosta dell’autostrada - onde annegare in un oceano di lacrime prodotte da un misto di nostalgia e vergogna: come potete essere scese così in basso da piangere ascoltando una canzone di Toto Cutugno? Diamine, ma neanche la zia Cosima...
  2. curve sul PC e con le dita rattrappite dallo spasmo isterico iniziate a prenotare una quantità abnorme di voli low-cost (vi sta bene tutto: dal paesino sardo di 23 abitanti alle leghiste valli bergamasche, purché sia sempre e solo Italia); 
  3. iniziate a fare incetta di parmigiano e olio d’oliva al supermercato (con grande sgomento della cassiera che fino a qualche mese prima intervistavate per non perdere nemmeno una specialità regionale dell’ormai ex-paese di Bengodi).  
  4. Non avete scampo. State glissando nella...


Fase 4 – la vecchiaia (dai 10 anni di espatrio in poi)
- dalla scimmia alla formica


E, della serie al peggio non c’è mai fine – vi guardate allo specchio e vi rendete conto che, a forza di ricopiare inconsciamente (voi non c'entrate niente) ex-amiche, ex-colleghe ed ex-vattelappesca autoctone e far crescere i capelli in stile selvaggio (saut du lit, “appena scese dal letto” intendansi: dopo una nottata ehm ehm;-) siete finite per rassomigliare alla protagonista del Pianeta delle scimmie
Non solo: il vostro look da presunta femme enfant (donna bambina con scamiciata da 5€, leggings da 9,99€ e ballerine attizzapedofili) vi rende pericolosamente uguale alla compagna di classe secchiona di vostro figlio (11 anni tra 2 mesi). 
Insomma, non vi riconoscete più. Ed ecco allora che correte ai ripari – ma il parmigiano e gli abiti dalla foggia italiana non vi bastano più. Avete proprio voglia di levare le tende e tornare lì. Lì da dove eravate partite. 
Tutt'a un tratto vi guardate intorno e constatate con orrore, le mani tra i capelli e le pupille dilatate da uno spavento degno dei primi horror di Dario Argento, che:
  1. a forza di vivere nel Paese di Bengodi avete fatto lo stesso numero di figli delle dames autoctone pur continuando a pulire, cucinare e accudire la prole come un'italiana degli anni '50
  2. la vostra gentil nidiata non ne vuol proprio sentir parlare dell’Italia; anzi, si vergogna a parlare italiano in pubblico e fa pernacchie quando sente l'inno nazionale
  3. avete iscritto invano i figli all'AIRE: in famiglia non ci sono altri italiani tranne VOI.
Ma non vi arrendete. No! Il vostro grado di disperazione è tale da motivarvi a perseverare, perseverare, perseverare. Perbacco.


Smanettate come folli sui siti di job search italiani per cercare posizioni analoghe a quella che avete (o avevate, perché magari tra una gravidanza e l’altra avete smesso pure di lavorare, arg!) e vi rendete conto che potreste aspirare a uno stage come addetta fotocopie (poliglotta e multitasking). Oltretutto, il maritino - se non si è ancora defilato con una delle vostre ex-amiche di cui sopra - non ne vuol nemmeno sentir parlare di Italia, a meno che non si tratti di vacanze (una settimana l’anno e a 30 km dai parenti).


Vi guardate allo specchio, poi rivolgete gli occhi al cielo - implorando un aiuto paranormale.  


Infine, dopo un periodo di bulimia-anoressia-psicopseudonostalgica seguita da un semestre di burn out maniaco-indemoniato-depressivo in cui vi mettete a parlare tutte le lingue del globo durante il sonno, vi piegate con rassegnazione al vostro destino di eterna expat, sorseggiando cappuccini sporcanaso e aspettando con la tranquillità di un bonsai l’età della pensione. Oppure l’età in cui i vostri figli saranno sposati. 
Eh no, che fate le furbe? Da brave mamme italiane dovrete badare ai futuri nipotini, lo sapete benissimo. Eh oui.

Onde farvi travolgere nuovamente dal famigerato "sconforto dell'emigrante in premenopausa", vi trasformate in una Paperon de paperoni in salsa international: lavorate come matte e accumulate straordinari mettendo da parte soldoni da destinare all’acquisto di un trilocale in Italia che sia: 
  1. vicino a casa di vostra sorella
  2. a 500 metri dalla villetta di vostra cugina
  3. nello stesso quartiere della mamma - tuttavia a una distanza di sicurezza di 500 m
  4. di fronte al bar dei tempi del Liceo (ormai gestito da birmani ma who cares?).

Ricominciate a leggere in italiano e giocate puntualmente al lotto. Riscoprite anche la cara, italica mania per gli oggetti apotropaico-protettivi tipo cornetti rossi, Madonne di Loreto, Padri Pii e affini. Non si sa mai. 
Ormai, vi sentite come un Ulisse in gonnella - un giorno, anche voi, ritornerete in quel di Itaca. Lo sapete lo sentite lo vedete! 
Non solo: ritrovate tutte le italoamiche di vecchia data che, sconvolgente scoperta, hanno un solo sogno nel cassetto: diventare expat.


Eh già: “chi c’ha il pane non c’ha i denti” avrebbe detto la nonna. L’unica, la sola ad avere sempre ragione: chiaro, da lassù si vede meglio tutto!

Immagini prese da Internet


9 commenti:

  1. Barbara, mi hai fatto morire dal ridere! Pensa a me!!!!!! Sono ANNI e ANNI che giro come una trottola!!!! Altro che pensione! E lo sai bene che sono restata per ben 4 anni in Italia, per cercare di ricostruirmi una vita ma oggi nel Bel Paese non c'e' posto per gli autoctoni, ma solo bel le invasioni barbariche che stanno sistematicamente distruggendo ogni traccia della tradizionale "italianita'"!

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    1. Mi dipingi uno scenario apocalittico e ti credo perché so che sei un'acutissima osservatrice... però vogliamo SPERARE ancora ch?e le cose cambino? Sei anche americana per cui credi fortemente al cambiamento. Le classi politiche cambieranno, i giovanni di oggi saranno la classe dirigente di domani - magari uscirà fuori qualche personalità brillante, al servizio del popolo e del Paese. Insomma: dopo la pioggia c'è il sereno (anche).

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  2. Io sono tornata al VI anno di espatrio... in realtà richiamata da particolari situazioni in famiglia. Ma sono un po' lenta in tutto ed ero ancora alla fase Infanzia... Post favoloso, scrittura incalzante, sono contenta di averti incontrata :)

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    1. Grazie, sono molto contenta anch'io e seguirò la tua pagina con piacere - ammetto che di turismo da quando siamo diventati 5 ne faccio ben poooco, però qualche spunto me lo saprete dare sicuramente ;-)
      Ora corro a guardare dove siete stati in giro per il mondo, a prestissimo spero! E se passate da queste parti venite a trovarmi!
      B@rbara

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    2. Dopo aver letto il tuo blog mi è venuta una voglia assurda, insana, irrefrenabile di BASILICATA. Hai colto nel segno... ma.. qual è l'aeroporto più vicino?? I'am coming!!

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  3. Articolo divertente, ma credo un po "de fori..". Voglio dire: l'italiano rimane italiano nel profondo anche dopo decenni di espatrio. Io mi accingo a vivere il mio quarto anno di Regno Unito, sono quindi nell'infanzia dell'expat. La voglia di caffe' non passa proprio, l'emmental lo mangio se costretto il parmigiano e' sacro (quello che qui spacciano per parmisan, ma lasciamo stare questa parentesi..). Il cibo che qui annusano come prelibato.. vabbe' parliamo d'altro. I gusti italiani soprattutto nel cibo non li sradichi facilmente. Un amico che vive qui da 25 anni, napoletano, dopo tanti anni vissuti qui di inglese ha praticamente.. niente! Il gesticolare poi, non cambia nel tempo e lo si apprezza anche maggiormente quando gli indigeni locali lo notano. Io vado in giro per strada e le persone si rendono conto che sono italiano senza neanche sentirmi parlare, moro occhi scuri: are you italian? No f..way.. Non c'e' modo di passare per inglese (lungi da me desiderare di essere preso per brit), neanche se riuscissi a parlare con l'accento di Manchester o cockney. L'italia va bene per tornarci una volta l'anno, per non piu' di quattro giorni. Nel futuro ci saranno altre destinazioni, il bel paese puo rimanere dove e' stato negli ultimi venti anni.

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    1. Ciao wotmof!

      Grazie per il commento, ovvio che ho esagerato un tantinicchia ma... ti assicuro che di esemplari che si avvicinano mooolto all'articolo ne ho conosciuti assai ;-) magari ne riparleremo tra qualche anno, quando avrai collezionato un certo - ehm - campionario!

      Per quanto riguarda la memoria del nostro italico palato, concordo: rimane quasi inalterata! Ma anche lì, farai scoperte interessanti col passare degli anni :-D

      Torna a trovarmi sul blog e... buona permanenza in UK,
      B@rbara

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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