sabato 20 giugno 2015

Emozioni in gabbia - sentirsi inadeguati


Capire una cultura è come comporre un mosaico: ogni giorno si aggiunge un tassello. E a un certo punto si vede tutto. Già.

Ci sono eventi che ti illuminano - attimi di verità che mettono a fuoco la prospettiva, spesso  confermando certe intuizioni. I francesi li chiamano déclic:...

A me è successo mercoledì 17 giugno


A. è una compagna di scuola di mio figlio Saso. E' malata di cuore e sabato, mentre fa il saggio di danza, si accascia improvvisamente. Infarto. 
La direttrice ci manda una email la domenica. Il lunedì mattina, davanti alla scuola, i genitori hanno lo sguardo chino. Sono più schivi del solito. Si formano dei gruppuscoli - come sempre. Li sento parlottare. Borbottano. C'è imbarazzo, esitazione.

Come sempre ci ricasco: la mia mente corre veloce come una saetta inopportuna all'Italia - come avrebbero reagito... se.. ma no, mi dico che non serve. Non sono più in Italia. Ma avrei voglia di parlare dell'accaduto con qualcuno, sfogarmi - oh mio Dio povera bambina, cosa è successo...! - magari coprirmi la bocca con una mano per indicare la gravità dell'accaduto (un gesto vagamente plateale, ma così catartico). Ma gli sguardi sono più sfuggenti del solito, per cui mi contengo. E rimugino.

Il pomeriggio arriva la mail - mai un contatto diretto, solo telematico - della rappresentante di classe. I funerali si terranno mercoledì. Sono ancora sconvolta. Non solo per la morte della bambina, evento atroce, ma anche a causa della reazione estremamente composta della gente. Ma mi dico che NON devo fare paragoni perché non serve a niente. Ma avrei voglia di parlare con qualcuno. Con una mamma. Non trovo il coraggio di telefonare a F., che è un po' più espansiva delle altre, e allora mi rinchiudo nel mio guscio - come ho imparato a fare da anni. 

Mercoledì - sono le 14:30. Arrivo davanti alla chiesa con i bambini. Gremita di gente. Mi sento subito inadeguata. Tutti, all'infuori di me, sono vestiti di nero o bianco. Mi dico che non posso essersi messi d'accordo - saranno oltre un centinaio di persone - per cui intuisco l'esistenza di un codice vestimentario... Io porto una casacca blu pervinca, molto sobria. Ammetto che mi sono vestita in fretta, ma i bambini portano colori scuri per cui... Ripercorro mentalmente i funerali italiani - per fortuna pochi - e non ricordo tanta uniformità cromatica. Mi dico che non importa. Siamo qui per dire addio a questa povera bambina. La conoscevo appena, qui nelle classi ci sono in media 30-32 bambini, ma era la figlia della maestra di Saso, inoltre aveva fatto le elementari con l'altro mio figlio...

Iniziano i funerali. 

Musica malinconica. Entra la bara. Entra la mamma e i parenti più stretti. Quando vedo la bara bianca non resisto: piango. Non si può resistere - l'immedesimazione con i genitori è troppa. Si pensa al loro dolore, si immagina...  poi cominciano i discorsi - il parroco, il papà. Il padre fa un discorso breve, non piange e torna al proprio posto. Quindi inizia lo zio. Che legge un testo lunghissimo - almeno 15 minuti, senza ombra di dubbio! - ricco di citazioni. Molto letterario. Ben scritto. Non posso fare a meno di pensare al sangue freddo e alla professionalità di questi parenti, così intenti a celebrare degnamente i funerali della piccola A. da dimenticare le emozioni in un angolo del cuore. Così composti, tutti.

Sono sospesa a metà tra la meraviglia e l'incredulità. 

Poi arriva la nonna. Altro discorso, cinque minuti circa. Vengono magnificate le qualità della bambina: aveva fatto la primina, suonava il pianoforte, sapeva cantare, ballare, era bella. Tutto vero. Ricomincio a piangere. Eppure la conoscevo appena, ma come si fa? Come si fa? Non riesco a trattenermi. Mi guardo intorno - la gente ascolta, impassibile. Sembrano scolari attenti, o studenti a lezione. Mi sento di nuovo inadeguata. Le lacrime continuano a scorrere. Cerco di piangere in silenzio. Mi sforzo. E penso - ma in Italia.. accidenti no! Italia maledetta, dimentica l'Italia. Non sei più lì. 

Alla fine il parroco invita la gente a deporre una rosa bianca - una donna, fuori dalla chiesa,  aveva distribuito rose a tutti - sulla bara di A. La gente sfila diligentemente. Occhiate complici. E finalmente vedo le persone piangere timidamente, soffiarsi il naso, ritornare umane. Forse perché è stato appena detto loro: portate la rosa alla bambina per dirle addio. E tutti hanno tradotto: la cerimonia è finita. Ora potete piangere. Esprimervi.

Esco dalla chiesa con i bambini dopo aver abbracciato la mamma di A. nascosta dietro agli occhiali da sole. Mi dà la foto-ricordo della piccola. Esco e una signora ci dà dei palloncini colorati da lanciare in aria. Tutti li prendono e, ordinatamente, attendono le istruzioni. Il parroco dice qualcosa e il cielo si colora improvvisamente di rosa.

Non ce la faccio più. Soffoco

Mentre torno a casa, domande inutili mi ronzano nel cervello - ma reprimere le emozioni è un esercizio che si pratica fin dall'infanzia? Ma sarà utile? Ma è umano? Ma mi sentirò mai a mio agio in questa società? 
Dubbi - domande.

Non lo so. Sono confusa. E mi manca l'aria!

Povera piccola.





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