martedì 13 dicembre 2016

5 abitudinacce prese all’estero!



Dopo quasi vent’anni fuori dall’Italia ecco cosa succede: si prendono alcune abitudini buone – ma non è questo l’argomento del post, aargh! – e altre che, oltre ad essere TURPI, tendono a degenerare fino a farvi somigliare a.… vedremo alla fine del post!
(Ai futuri emigranti – ops, expat -: poi non ditemi che non vi avevo avvertito eh. Mhmm.)




ABITUDINACCIA NUMERO 1 - il calzino con la scarpa NON sportiva
(detto anche: the libido-killer)


e ti pareva che non c'entravano i crucchi

Ecco, tanto per cominciare partiamo con un aneddoto. 
Estate 1996 - son di ritorno in Italy dopo ben 10 mesi ininterrotti di Germania e, mentre mi tolgo le scarpe (stivaletti con pelliccia rosso volpe da ex blocco sovietico) un parente nota l'orrido e spesso calzettone bianco. Dopo un’iniziale afasia da shock, suddetto parente - che non nomino per tutelarne l'immagine - esclama sdegnato “ma sì propio diventada tedesca”, quindi scuotendo leggermente la testa sussurra “oh Madonna mia…”. 



Come sopravvivere psicologicamente a un’osservazione del genere? Ebbene, ammetto che dopo un’iniziale redenzione– diciamo che ho immediatamente cessato di indossare calzini con qualsiasi tipologia di calzature a eccezione di quelle sportive, utilizzate con la stessa frequenza con cui avvengono le eclissi totali – ho avuto una grave recidiva nel 2003. Da allora, appena posso (non spargete la voce mi raccomando!) indosso con SOMMO PIACERE calzettoni/calzini/gambaletti e altri scempi con qualsivoglia foggia di scarpe. 
A una sola condizione però: che le calzature in questione siano sufficientemente alte da occultare tale imperdonabile atto fashion-sacrilego.


ABITUDINACCIA NUMERO 2 - il telefono urlante
(ossia un principio di ADE - Autismo Da Espatrio)
 



Immaginate la situazione tipica: siete a casa, tranquillissimi, magari davanti al PC e state grondando lacrime e sangue a causa della traduzione di un opuscolo pubblicitario: che so, una seminatrice per patate! Traduzione dal tedesco, con annessi refusi, e con orario di consegna assurdo (le ore 15:56, toh). Improvvisamente squilla il telefono. Nella mia precedente vita mi sarei NATURALMENTE & ITALICAMENTE precipitata a rispondere.

classica faccia da expat gnorri - 'on vedo 'on sento 'on parlo

Perché? Beh, perché con entusiasmo romantitalico avrei immaginato 1298 scenari diversi. 
Qualcuno pescato nel mazzo: 
1) il mio primo amore dell’estate riminese 1983 che vuole sentire... la mia voce
2) lo spedizioniere per comunicarmi che un pacchetto oltremodo piccolo - e, quindi, necessariamente prezioso - mi aspetta sotto casa ma che lui, povero!, non trova più il mio cognome sul campanello; 


3) il notaio che mi informa di una eredità a multipli zeri provenuta da una zia semisconosciuta cugina di secondo grado di mamma ed emigrata negli anni ’30 in Brasile. 
4) il vicino di sotto che vorrebbe mandarmi affa...o perché non riesce a parcheggiare visto che ho infilato la mia carretta in terza fila.  
 

Ecco, ora, dopo venti anni di estero, preferisco far urlare il telefono a squarciagola e continuare, sudaticcia e stressata, la traduzione della Kartoffellegemaschine.
Jawohl , meine Damen und Herren: Zeit ist Gold (und Geld).


ABITUDINACCIA NUMERO 3 – lo sfogliasaluto
(detto anche "saluto/non saluto/saluto")
 



non mi ti filo - e se mi ti filo c'è sempre un motivo.


Diciamo che questo vale da quando sono in territorio gallico, infatti codesta brutta abitudine l’ho ricalcata (inizialmente per istinto di sopravvivenza, quindi per emulazione sociopatica) dai cugini d’oltralpe che prima di decidere se salutarti o meno ricorrono al singolare sistema dello sfogliasaluto

Ossia, prima di decidere se degnarti di un ciao o no, in un nanosecondo sottopongono la tua scheda al loro filtro sociopRatico, e alla fine di un tanto elaborato quanto randomizzato processo di selezione (mescolano dati relativi a cilindrata auto + compatibilità astrale + compatibilità sociofiscale) stabiliscono se valga la pena o meno di pronunciare un flebile “bonjour” con sguardo rivolto alla punta delle scarpe. Ebbene, questa abitudine l’ho presa anch’io. Ma non quando sono in Italia – lì, per la legge del contrappasso, saluto tutti sbracciando come una furia.



ABITUDINACCIA NUMERO 4 - la pasta una tantum 
(quindi pocum)

carboidrato delle mie brame, chi è la più gustosa del reame?


Ma che bello!! La pasta!!” – esclamano i miei figli quando vedono l’acqua bollire allegra – e le conseguenti pastasciutte di ogni foggia tuffarsi giulive sfidando i fumi del vapore. Ma com’è, ancora me lo chiedo, che dopo 20 anni all’estero riesco a fare a meno di LEI per giorni interi? 
Eppure la AMO
LOVE PASTA- AND BASTA

Sì la amo. La sola idea di un piatto di penne ai quattro formaggi mi riempie di commovente gaudio, e non nascondo che sarei pronta a piangere di felicità per una lasagna con funghi e salsiccia. Eppure, vi giuro - e lo dico con un pizzico di sana e giustificata vergogna – che posso stare anche una settimana intera senza di LEI. 

Perché? Non saprei. Ed è una di quelle domande che mi tormentano. Ma forse una risposta ce l’ho: ed è che le grandi gioie vanno centellinate, quasi sofferte, anzi di più: bramate. E allora il momento della prima forchettata di pasta bollente, al dente, fragrante, dopo oltre 7 giorni di astinenza, diventa come un sorso d’acqua cristallina nel deserto. Come un cioccolatino profumato dopo una dieta ferrea. Come un sole caldo e avvolgente dopo giorni di tristi brume.

Ecco.

Gnam.




ABITUDINACCIA NUMERO 5 - le labbra alla "cadavro ambulante"
(altrimenti detta “a volte ritornano”)



Ah, finalmente ti rimetti il rossetto. Si vede che siamo in Italia” esclama mio marito quando le mie labbra zombificate tornano a essere vivaci e brillanti. Ma che vi devo dire? Anche qui si tratta di mimetismi inconsci – le francesi il rossetto non lo mettono, ergo: non riesco a metterlo neanch’io. 
Specifico: lo misi in terra gallica per l’ultima volta 7 anni fa. La mamma di un’amichetta di scuola di mio figlio esclamò, con l’aria di chi ha visto un perizoma fuoriuscire da un pantalone a vita bassa: “Ma… vai a una festa?”. 


Cavolo, è una di quelle frasi che ti segnano a vita. Uff. Risultato: da allora le mie labbra sono pallide ed esangui, naturelles - ossia perfettamente in linea con il resto della popolazione.  
Ricapitolando: NON metto rossetto, NON mangio pasta, NON rispondo esagitata al telefono, NON saluto sbracciando, NON indosso collant. 
E ORA NON DITEMI che non faccio sforzi per integrarmi eh.



Anzi, diciamola tutta: 

PIÙ INTEGRATA DI COSÌ,
SI MUORE.


A volte NON RITORNANO

:-D
zombificatamente vostra, 
p@rpra

immagini prese da internet


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