martedì 16 gennaio 2018

Federica: perché sono tornata in Italia dopo 21 anni di Francia





"Sono arrivata in Francia il primo novembre 1996 e sono tornata in Italia il primo settembre 2017, dopo 21 anni. Quando sono partita per Parigi volevo fare un'esperienza lavorativa di qualche anno; invece da cosa nasce cosa, e in Francia ci sono rimasta qualche anno più del previsto...

La cosa che mi ha spinto a tornare è senza ombra di dubbio il sistema scolastico con il quale ho fatto a pugni dal primo istante. Ho sopportato per tanti anni, ma arrivata ad iscrivere mio figlio al Liceo ho detto basta. Volevo qualcosa di meglio di una classe con effettivi di 35-40 alunni che spesso restano anonimi agli insegnanti fino alla fine dell'anno scolastico. 

Insomma, la scuola della République mi stava stretta: una scuola in cui la selezione avviene sulla  base delle capacità degli alunni, e che non sa apportare niente di suo. Insegnanti capaci di svolgere programmi scelti da altri e che non possono essere modificati in alcun modo. Mi mancava quell’empatia che ci contraddistingue e quel contesto in cui la cultura del bello ha una sua importanza in tutti i campi.
"La cosa che mi ha spinto a tornare è senza ombra di dubbio il sistema scolastico con il quale ho fatto a pugni dal primo istante."
Sì, se me ne sono andata è soprattutto per la scuola: i miei figli non potevano continuare a vivere in un ambiente sterile e che mira sostanzialmente al "minimo sindacale" - forse per abituarli sin da piccoli ad accettare lo SMIC (salario minimo).
Il fattore umano è stato un altro importante motivo per lasciare il Paese che mi ha ospitato per oltre 20 anni. 

Non ne potevo più di rapporti finti e poco profondi, rapporti che tendono essenzialmente a mantenere le distanze. Privi di qualsiasi improvvisazione e spontaneità. Per bere un caffè insieme bisogna prendere appuntamento con un paio di settimane d'anticipo e fissare un orario preciso. 
"Mi mancava quell’empatia che ci contraddistingue e quel contesto in cui la cultura del bello ha una sua importanza in tutti i campi."
Mi sono accorta che era ora di andare via quando ho cominciato a cercare disperatamente persone italiane, cosa che non avevo mai fatto prima: ero arrivata alla frutta visto che ho sempre cercato le persone per quello che mi potevano dare in termini di esperienza, di sensazioni; non per la loro nazionalità.

Per tornare ho scelto una città che non è la mia, una città a me sconosciuta - non ho né familiari né amici qui. Quando sono arrivata mi sono sentita subito a casa. Ho ritrovato odori, sapori ed emozioni note. Ho trovato persone che parlavano la mia stessa lingua: non facevo più fatica ad esprimermi, potevo finalmente parlare liberamente facendo anche battute che sarebbero state capite e che non avrebbero offeso nessuno!
Mi sono sentita libera, ho lasciato andare le briglie del mio cervello e purtroppo anche quelle del mio stomaco... potevo essere me stessa!

Per quanto riguarda i figli, credo che il loro futuro non sia determinato dal Paese in cui vivono ma dalla loro apertura mentale e dalla capacità di adeguarsi a situazioni diverse. Ecco, vivere in Paesi diversi e assorbire culture diverse apre la mente.
Quando ho lasciato l'Italia non avevo figli e quindi non sono andata via per loro, bensì per poter lavorare in una realtà diversa. Ho studiato in Italia e non conoscevo altre lingue a parte l'italiano, eppure ho avuto il coraggio di buttarmi e andare. Loro, se lo vorranno, potranno fare lo stesso - di lingue ne conoscono tre e penso che siano già avvantaggiati. E comunque io credo che l'Italia possa migliorare ed offrire ancora qualcosa di buono ai nostri ragazzi.
Non credo che si lasci un Paese per dare un futuro migliore ai figli, ma per vivere meglio il presente. Del futur non v'è certezza!

Continuiamo a parlare di scuola.
Il sistema scolastico francese è altamente competitivo e selettivo, vanno avanti solo quelli che hanno capacità intellettuali acquisite geneticamente, gli altri... si perdono per strada. 

Gli insegnanti non sono affatto preparati a metodi di insegnamento alternativi che permettano ai ragazzi con difficoltà di riuscire e, allo stesso tempo, ai ragazzi con capacità superiori alla media di fare cose interessanti. Insomma, per trovarsi bene in questo tipo di scuola bisogna essere nella media. Ecco, io questa cosa la trovo aberrante: la scuola deve essere per tutti e dare a tutti le stesse possibilità, soprattutto a chi ha voglia di riuscire. Sicuramente è una scuola più orientata al mondo del lavoro anche se la trovo priva di nozioni di base: provate a chiedere a un ragazzo francese la capitale dell'Africa e capirete cosa intendo dire.

Le classi, almeno dove vivevo io (Alta Savoia), erano numerosissime: 32 alunni al collège (scuola media) e 35-40 al liceo, sia nel pubblico che nel privato. Insomma, più che una scuola avevo la sensazione che fosse un allevamento intensivo di polli, ma si sa: la massa incolta è più facile da manovrare.
"E comunque io credo che l'Italia possa migliorare ed offrire ancora qualcosa di buono ai nostri ragazzi."
Nella scuola francese manca l'apprendimento orale, nessuno interroga e questo fa sì che i ragazzi non sappiano esprimersi, forse con la riforma del collège dell'anno scorso da questo punto di vista le cose potrebbero migliorare. L'espressione scritta presenta molte lacune, persino quella degli insegnanti!
È raro che nella scuola francese si trovino insegnanti empatici - al massimo se ne possono trovare di simpatici. Se chiedo ai miei figli il nome di una maestra della primaire credo che si ricordino quello della peggiore! 
Mio malgrado, qui in Italia sono stata costretta a iscrivere i miei figli in una scuola francese, ecco perché ho scelto di vivere in questa città (e con mio grande stupore mi sono accorta che tante famiglie italiane fanno la stessa scelta). Non nego che la scuola francese in Italia funzioni molto meglio che in Francia, ma credo anche di sapere perché: come spesso accade, dietro alle cose che funzionano bene ci sono i soldi. La retta è salata. 
Come sistema non si discosta per niente da quello francese in Francia, ma una cosa è certa: l'inglese, lo spagnolo e l'italiano sono lingue studiate con insegnanti madrelingua che quando entrano in classe non dicono una sola parola in altre lingue. I ragazzi che hanno frequentato il liceo le sapranno parlare tutte e quattro alla perfezione. Le classi contano al massimo 24 ragazzi, e sono pertanto "vivibili" sia per gli insegnanti che per gli alunni. 



Come ovunque, ci sono professori che sanno fare bene il loro mestiere e altri che farebbero bene a cambiare lavoro.
Io della scuola italiana ho ricordi bellissimi, ma devo dire che sono stata molto fortunata poiché ho sempre incontrato insegnanti che avevano voglia di far riuscire i ragazzi, di interessarli, di trasmettere messaggi e non solo nozioni.
La scuola italiana, a differenza di quella francese, dà importanza anche alle materie umanistiche; nella scuola francese la matematica è la materia che fa da spartiacque e per essere tra i migliori devi fare o S (bac scientifique, maturità scientifica) o ES (bac économique et social - maturità economico-sociale). Chi prende l'indirizzo L, littéraire, è considerato un fallito.
Le classi contano al massimo 24 ragazzi, e sono perciò "vivibili" sia per gli insegnanti che per gli alunni.
I miei figli - il primo di 15 anni ha vissuto in Francia dall'età di una settimana e la seconda di 12 è nata ed è vissuta sempre in Francia - non sono francesi come si potrebbe pensare. Hanno sempre fatto molto fatica ad avere a che fare con persone poco empatiche. A casa hanno sempre respirato aria italiana o al massimo scozzese, visto che il papà è scozzese. L'Italia è sempre stata molto presente nella loro vita: gliel'ho fatta girare tutta. 
I rapporti con la famiglia e gli amici italiani hanno permesso loro di acquisire le caratteristiche tipiche del popolo italiano. Tornare in Italia è stato un gioco da ragazzi, si sono ambientati benissimo... fin troppo! 
Non credo tornerebbero indietro e la "piccola" inizia a parlare di liceo scientifico, che sia la volta buona che la scuola francese resti solo un brutto ricordo?"

Grazie Federica per questa sincera testimonianza.




2 commenti:

  1. Buongiorno Barbara,
    mi è piaciuto molto l'articolo sul Suo rientro in italia. Bentornata!
    Io sono danese e vivo in Italia da 26 anni. Sono sposata con un italiano e abbiamo un figlio bilingue di 4 anni. Ho letto anche il Suo articolo sul bilinguismo.
    Rivedo me stessa in molte delle cose che scrive. Recentemente anche io ho iniziato a cercare disperatamente connazionali in Italia e soprattutto, dopo la nascita di mio figlio. Prima non sentivo affatto questo desiderio, ma dopo aver cominciato a parlare in danese tutti i giorni con mio figlio, sembra si sia risvegliato qualcosa dentro di me. Ora mi mancano i profumi, le usanze, la musica, la televisione e come dice Lei, anche solo il fatto di poter fare una battuta nella propria lingua senza dover temere di offendere nessuno. Insomma, sento proprio il desiderio di tornare a casa, anche se di case ne abbiamo sempre due, quando si vive all'estero. Vado a casa quando parto per la Danimarca e quando devo ritornare in Italia, ritorno a casa :-)
    Mio figlio ama stare in Danimarca. E' nato a Roma, ma se qualcuno gli chiede dove è nato risponde che è nato in Danimarca. Il papà ama troppo l'Italia per lasciare il paese e di certo non andrebbe mai a vivere al Nord d'Europa. In fin dei conti, ognuno di noi parla sempre bene del proprio paese natio. Solitamente i ricordi dell'infanzia sono i più belli, è il periodo della vita dove abbiamo meno pensieri, dove tutto è soffice e rosa.
    Ho vissuto in Italia in tutti questi anni che Lei è stata fuori, ma anche se l'Italia è un bellissimo paese, ha altretanto tanti difetti, e così penso sia per tutti i paese del mondo. Abbiamo tutti la tendenza di ritornare da dove siamo partiti.

    Le scrivo per chiederLe qualcosa al riguardo del bilinguismo. Mio marito e io seguiamo anche noi il metodo OPOL, quindi io parlo esclusivamente in danese con nostro figlio e mio marito in italiano. Essendo io rimasta a casa con nostro figlio per i suoi primi tre anni di vita, ha iniziato subito a parlare meglio in danese. E' sempre stata la sua lingua prediletta. A settembre dello scorso anno ha cominciato a frequentare la scuola materna. I primi mesi ha avuto un po' di problemi ad integrarsi dovuto alla mancata dominanza della lingua italiana. Ho notato che questo problema ce l'ha negli ambienti non bilingue, perché se incontra un bambino al parco che parla più lingue e magari vive all'estero, non ci problemi se mio figlio esprime un concetto con qualche parola in danese in mezzo, invece altri bambini lo guardano con occhi spalancati come per dire: "ma che dici?" Ad ogni modo, all'età di due anni abbiamo iniziato a far venire una ragazza che viene a giocare con lui in inglese. Inizialmente questi incontri erano sporadici, ma a partire dall'ottobre dello scorso anno, viene una volta alla settimana. Il bambino certamente non parla inglese come un bambino di madrelingua, ma capisce quasi tutto e riesce anche ad esprimere qualche concetto semplice, usando singole parole.
    Da gennaio di quest'anno ho notato un notevole miglioramento dell'italiano nel bambino, grazie all'asilo. Dall'altra parte invece mi sembra che il danese sia entrato in una fase di stallo. A volte mi chiede cosa significa un termine che prima conosceva. Lei pensa che sia normale secondo la Sua esperienza personale? Inoltre, da un anno a questa parte, ho notato che il bambino in certi momenti balbetta. Magari lo fa per una settimana o due e poi scompare. Ne ho parlato con la sua pediatra, ma lei dice che può essere dovuto allo stress perché il bambino fa un'ora di gioco in inglese alla settimana e due volte danza e poi parla due lingue ... La prima volta che si è verificato questo fenomeno, è stato circa un anno fa e non andava né a scuola né a danza.
    Nei suoi tre figli ha notato qualcosa di simile?

    La ringrazio tanto se trova uno spazio per rispondere alle mie domande.

    Un caro saluto,
    Maiken

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